Nel silenzio di Papa Francesco

di Roberto Olla

Roberto OllaNell’essere dell’uomo il silenzio non è mai un vuoto.
Si sceglie il silenzio e ci vuole coraggio.
Lo ha scelto Papa Francesco ad Auschwitz ma, certo, non per
mancanza di parole di fronte all’immensità del male. Esistono
le parole per individuare e contrastare il male. Gli anni della
Shoah, della tempesta che distrugge l’umano, sono i più studiati e i più commentati della storia.
Non mancano le parole al Pontefice, neppure dopo quelle pronunciate nel campo di sterminio dai suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ad un tempo é escluso che il silenzio possa in qualche modo essere una scelta per non dare argomenti a chi invece continua a proporre il confronto tra i Papi. Non sembra mai essersi preoccupato, Papa Francesco, di critiche del genere.
Piuttosto quel silenzio appare come un altro capitolo dell’enciclica dei gesti che gira tutto attorno al suo pontificato. Non un percorso parallelo alle parole, alle esortazioni, ai discorsi formulati nelle varie occasioni pubbliche.
Sembrerebbe quasi alternativo, se così fosse.
Piuttosto una lettera circolare, en-ciclica, che avvolge le parole, le rafforza con espressioni, con sguardi, con silenzi appunto. Se il silenzio è un passo di questa lettera, bisogna capirne il messaggio, il perché della scelta. In silenzio si prega. In silenzio si pensa. In silenzio si medita.
Portando questo silenzio ad Auschwitz bisogna capire verso cosa lo si indirizza. Il silenzio è il contrario del rumore, del chiasso. Tutti i grandi testimoni della Shoah, tutti i sopravvissuti, hanno parlato del chiasso di Auschwitz, dell’infernale rumore che accompagnava lo sterminio in tutti i lager.
I treni, le rotaie che stridevano, i cani che abbaiavano, i comandi urlati in tedesco, le bastonate, la babele di lingue dei deportati, le ragazze che piangevano, i lamenti e le preghiere dentro le camere a gas, il crepitare del fuoco, la sveglia nel fragore di due tubi metallici violentemente percossi, i numeri urlati nell’appello, gli schiaffi e le percosse, le selezioni, lo sbattere di migliaia di zoccoli, l’orchestrina costretta ad eseguire marcette sotto il cancello Arbeit Macht Frei, il sibilo del vento la notte, spesso accompagnato nel buio dall’incredibile fruscio di centinaia di bocche che, sognando di mangiare, masticavano il nulla nei blocchi.
C’era chiasso, sempre, ad Auschwitz.
Tutto era rumore. Fame e rumore: la realtà quotidiana del campo.
Fame, rumore e paura dovevano impedire ai deportati di pensare. Ad un tempo riuscire a mantenere un ricordo, riuscire ad articolare un pensiero, fissarlo nella mente, comunicarlo ad un amico o riceverlo da lui era determinante per sopravvivere, quanto e forse più della razione di brodaglia giornaliera. La soluzione finale ideata dai nazisti era stata progettata perché il mondo non la vedesse.
Nacht und nebel, notte e nebbia.
Ma avveniva nel gran chiasso di un’industria che sfruttava tutti gli elementi forniti dalla modernità del suo tempo per uccidere masse di persone e farne sparire i cadaveri. Notte, nebbia e chiasso.
Affrontare Auschwitz in silenzio significa indirizzare il pensiero verso quel chiasso che era la vera colonna sonora del genocidio.
Significa indirizzare il pensiero verso quell’invisibilità di “notte e nebbia” che è servita da giustificazione per un’indifferenza di massa. Non vedevo, non sapevo, al massimo ho solo eseguito ordini. Il silenzio è l’antagonista del chiasso.
Gli studenti che visitano Auschwitz si portano appresso il chiasso in cui vivono, come ci si porta appresso la polvere nelle scarpe, la colazione nello zaino, il cellulare nella tasca. Nessuna parola di condanna. Quasi sempre è un chiasso allegro, festoso, animato da voglia di comunicare, da bisogno di empatia, di amicizia. Ma è pur sempre un chiasso. Continuo. Talvolta assordante.
Ma visitando Auschwitz c’è bisogno di silenzio, comunica Papa Francesco in silenzio.
Solo che il silenzio non lo si ottiene con un comando. Così sarebbe davvero un semplice vuoto. Il silenzio è un regola alla cui frequentazione bisogna essere educati. E qualcuno deve pensare a questa educazione. Nel passato della scuola c’è stata una tendenza ad educare al silenzio.
Sembra persa oggi e invece bisognerebbe riprenderla.
Un milione e mezzo di ragazzi (accompagnati da alcuni adulti, prevalentemente professori) visitano ogni anno Auschwitz. “Una gita? Nel cimitero più grande della terra?”, dice (Corriere della Sera del 30-7-16) con una reazione piuttosto preoccupata Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, una delle testimoni più ascoltate.
Si riferisce a dei ragazzi che, quando li incontra nelle scuole, le parlano appunto della loro “gita” ad Auschwitz. Abolire, anche nel linguaggio comune, il termine “gita” rappresenta già un passo in avanti. Permette di regolare meglio i comportamenti da tenere durante tutto il viaggio, soprattutto all’interno del campo.
Chiamarlo viaggio di istruzione, come la maggior parte delle scuole fanno, appare più preciso, ma non risolve il problema. L’istruzione dev’essere già avvenuta, prima di andare ad Auschwitz, attraverso un percorso nelle scuole.
Insomma si deve conoscere la storia e bene.
Tutte le scuole che organizzano i viaggi si impegnano in questo percorso. Poi, però, arrivati al campo, anzi già dentro i pullman incolonnati nel traffico di Cracovia, prima ancora nelle sale congressi degli alberghi, voci “docenti” inviano una massa di dati e informazioni storiche ai ragazzi senza soluzione di continuità. Voci che spesso si sovrappongono a quelle degli ultimi sopravvissuti ancora disponibili ai viaggi. Troppo spesso, mentre nulla mai dovrebbe interrompere il racconto che un testimone della Shoah consegna alla nuova generazione.
Ma va così perché c’è un’ansia, quasi una frenesia, di riempire ogni possibile tempo “vuoto” con l’invio continuo di informazioni e dettagli, talvolta estremamente minuti.
Certo, sono dati importanti. La Shoah è la pagina più studiata della storia. Conosciamo i trasporti uno per uno, vagone per vagone, abbiamo misurato le camere a gas, la capacità industriale dei forni crematori. I giovani tecnici superlaureati polacchi del museo di Auschwitz restaurano e studiano ogni singolo oggetto, ogni singola scheda, ogni documento.
Ma allora se siamo così avanti negli studi, se abbiamo questo notevole supporto di documentazione storica, se lo offriamo continuamente a milioni di ragazzi… dobbiamo chiederci perché l’antisemitismo cresce, perché non riusciamo a domare il razzismo. Dobbiamo chiederci cosa manca e in cosa stiamo sbagliando.
Perché pur nel rispetto della buona volontà diffusa, in questi anni del nuovo millennio, nel gestire il tema della Shoah, bisogna riconoscere che qualcosa evidentemente manca.
La massa di informazioni fornita, finora, ricorda molti numeri a partire dei 6 milioni di ebrei sterminati. Segnala ai ragazzi di ogni viaggio quanti sono stati uccisi ad Auschwitz e specifica come stati stati fatti i controlli su questi numeri. Sembra quasi inseguire un primato numerico-storico di morte come elemento centrale dell’informazione. Spiega che il campo di sterminio nazista era il sistema industriale per la messa a morte di masse così ingenti, descrive i deportati come schiavi costretti a morire di lavoro se non morivano prima nelle camere a gas.
Vero, lavoravano come schiavi. Ma non erano schiavi. Nella parola schiavo c’è la possibilità di un riscatto. Uno schiavo può diventare un “liberto” se il suo padrone lo libera o qualcuno ne paga il prezzo.
Non c’erano schiavi a Birkenau. Nessuno poteva essere riscattato.
Nel lager nazista c’era il prodotto del più assurdo e grave esperimento sociale dell’intera storia. I nazisti avevano creato il “non-uomo”. Per la prima volta nella storia, due esseri umani si trovavano di fronte uno all’altro. Entrambi amavano la musica, leggevano poesie, gustavano un buon piatto o il profumo di una rosa, coltivavano le amicizie, ma…uno dei due non riconosceva più nell’altro un uomo. Per uno dei due l’altro non era un essere umano.
Era, sì, vivo ma viveva una vita indegna di essere vissuta. Il nazismo non mandava esseri umani a morire nelle camere a gas, mandava “non-uomini”.
Per quante atrocità ci siano state nella storia prima di Auschwitz, per quante crudeltà l’umanità abbia vissuto, non si era mai arrivati all’azzeramento dell’idea stessa di umanità, non si era mai arrivati ad un enorme laboratorio (che comprendeva popoli di intere nazioni) in cui un patto sociale deviato creava esseri viventi ma non-umani.
In queste società vivevano i bisnonni dei ragazzi, i nonni dei professori, le loro famiglie.
Qualcuno ha partecipato (molti, in realtà), altri in massa hanno scelto l’indifferenza. Perché l’indifferenza non scende dal cielo come la nebbia e la notte. L’indifferenza è una scelta. Indifferenti di fronte al non-uomo. Lo si trovava scritto persino da alcuni giornalisti nei quotidiani locali: questi non sono uomini, questi inquinano la nostra società, dobbiamo sbarazzarcene. Le parole sono pietre e dalle parole si passò presto ai fatti.
Ma se l’idea del non-uomo si è fatta strada nella testa dei giovani di un’intera generazione, significa che questa porta è apribile. Significa che può essere ancora aperta da nuove ideologie nelle nuove versioni del male. Nuove ideologie, non nuove follie. Questo è un male lucido, con radici filosofiche concrete, non una follia di singoli disadattati.
C’è bisogno di riflettere su come questa idea del non-uomo è passata e si è fermata nelle menti di allora e su come può ancora oggi passare e fermarsi.
Riflettere.
Perché passa davvero vicino, molto vicino a tutti noi.
Perché è passata in molte famiglie di quei milioni che ogni anno visitano Auschwitz.
Riflettere. Meditare. Pregare perché non avvenga mai più.
Pensare al cammino individuale da percorrere. E per tutto questo serve un’educazione, una preparazione ad utilizzare il silenzio di fronte al male della storia. Una regola del silenzio da conoscere e praticare come si conoscono e si applicano le regole in tutte le altre discipline.
Con la sua scelta, sembra che Papa Francesco abbia indicato di aggiungere questo ai viaggi ad Auschwitz. Scegliere il silenzio è un atto di coraggio anche perché bisogna affrontare il viaggio in maniera assai diversa. Quasi un pellegrinaggio. Ma non verso un sacrario. Piuttosto verso un buco nero della storia che ha rischiato di inghiottire l’idea stessa di umanità.
Bisogna trovare nei viaggi il tempo del silenzio per pensare.
Con una certezza: nell’essere dell’uomo il silenzio non è mai un vuoto.

Roberto Olla

Alcune immagini della visita di Papa Francesco, che pubblichiamo per gentile concessione del Museo di Auschwitz
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